Associazione Culturale Ballincontrà

Scartossare

Si tratta di una pratica fondamentale e molto importante in Veneto, perché correlata all'immancabile polenta.

In dialetto veneto-vicentino, scartossare è verbo che indica l'azione della sfogliatura, e cioè togliere le foglie che avvolgono le pannocchie di granoturco (i scartossi), per poter poi procedere alla sgranatura (scaolare) e consentire l'utilizzo dei preziosi grani. E' chiamato scartosso, in genere, qualsiasi cartoccio in cui risulta avvolto o si avvolge (incarta) qualcosa.

La raccolta del granoturco nei campi avveniva a mano, procedendo tra le file con una cesta nella quale mettere le pannocchie che venivano staccate dal gambo, poi riversate in un carro e portate nei portici sui quali si attestavano stalle con soprastanti fienili.

Le lavorazioni seguenti erano tre:

  • la prima nel campo, dove si procedeva al taglio dei gambi che venivano riuniti in "canari", una sorta di tenda indiana, spesso usata dai bambini per nascondersi durante i giochi, in modo da facilitare l'essiccazione, per farne poi lettiera o, addirittura, cibo per le vacche in stalla; la parte terminale della pianta e la radice, chiamati scataroni, rimanevano invece sul terreno per essere arati "sotto" o incendiati col "brusamarso";
  • la seconda sotto il portico o nelle stalle (durante i filò), per estrarre la pannocchia dal fogliame che la riveste come una guaina (scartossare, per l'appunto). Queste foglie (scartossi), oramai secchi, non venivano buttate bensì utilizzate come lettiera in stalla, oppure, più anticamente, per fare/rifare "materassi" o, ancora, per farne delle bamboline (quando possibile Chiara le riproduce durante le manifestazioni). Con l'ulteriore residuo, i torsoli (torsi o tursi, in dialetto) si facevano le braci per la fogàra da mettere nella mònega (termine con il significato anche di monaca, suora) utilizzata come scaldaletto;
  • la terza, infine, nel granaio (granaro), dove si procedeva alla sgranatura delle pannocchie, a mano o con un apposito macchinario in legno azionato a mano, grani che venivano distesi per alcuni giorni per farne perdere l'umidità e consentire l'insaccamento (per il trasporto al mulino).

Tuttavia, una parte del raccolto veniva trattenuto ad uso famigliare, come granaglia per le galline ed altri animali di bassa corte, e, previa macinatura, per farne farina (farina gialla) da polenta, da mangiare appena cotta sul caliero (paiolo), appeso sul caminetto o posizionato tra i cerchi (che si toglievano) della stufa, o cucina economica, la fornela in dialetto, oppure, e soprattutto, abbrustolita in graticola sulle braci dei caminetti (brustolà in gradela).

Nei periodi autunnali e freddi la fornela con caliero e polenta, magistralmente riprodotti da Giorgio, non mancano mai nelle nostre manifestazioni, così come non manca mai (in ogni periodo dell'anno) l'inno pantomimico alla polenta.

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